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Paragrafo 5 . I sofisti e la filosofia.

A partire da Socrate, che dei sofisti  contemporaneo, si accende
contro la sofistica un'aspra polemica, destinata a durare in tutta
la storia della filosofia occidentale.
La parola "sofista" viene cos a far parte del linguaggio comune
quasi come sinonimo di ciarlatano, sicuramente di chiacchierone
inconcludente e cavilloso.
Dimenticando che il sofista e il filosofo traggono il loro nome
dallo stesso vocabolo, sophs, si  cercato per secoli di negare al
sofista le prerogative proprie del filosofo, di espellerlo
addirittura dalla storia della filosofia e della cultura, come se
fosse possibile un sophists senza sopha. Uno studioso inglese,
intorno alla met del nostro secolo, ha scritto: "Naturalmente
questi sofisti non erano in nessun modo dei filosofi"(33).
Abbiamo visto invece come la sofistica, almeno alle sue origini,
affronti preliminarmente i grandi problemi filosofici nelle forme e
nei contenuti con i quali si erano andati delineando alla fine del
sesto secolo e nella prima met del quinto: primo fra tutti il
problema della Verit (Altheia).
L'Essere di cui hanno parlato i primi filosofi  per Protagora e
Gorgia oscuro (aphans), separato da ci che si manifesta
(phainmenon); e ogni sforzo di "svelare" l'Essere, cio di
raggiungere la Verit,  destinato al fallimento perch qualsiasi
nostro discorso pu vertere solo sulle cose che a noi si
manifestano e nessuna di esse  l'Essere (in questo senso Gorgia
sostiene che "nulla ").
In questa prospettiva l'opinione, cio il giudizio sui fenomeni,
non pu essere contrapposta alla Verit, ma diventa l'unica forma
di verit, una verit momentanea e mutevole, come i fenomeni cui si
riferisce, una verit relativa.
I sofisti rappresentano il primo tentativo, nella storia del
pensiero occidentale, di mettere in discussione i criteri di
definizione della verit e la stessa Verit; ma la cultura e la
societ si sono sviluppate in Occidente proprio sulla certezza
della Verit: nella storia dell'Occidente, quindi, per secoli, non
c' spazio per la saggezza dei sofisti.

I roghi di libri.

I sofisti furono scrittori molto prolifici, ma delle loro opere ci
resta molto poco, di alcune solo pochissime righe: i loro libri
sono stati distrutti da una cultura ostile e da un potere politico-
religioso tradizionalista che si sentiva minacciato dal loro
insegnamento.

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Protagora, come abbiamo visto, aveva assunto un atteggiamento
agnostico nei confronti della divinit ("Riguardo agli di non ho
la possibilit di accertare n che sono n che non sono"): e
proprio per questo "fu cacciato via dagli Ateniesi, e i suoi libri,
sequestrati da un banditore a chiunque li possedesse, furono
bruciati nell'agor"(34)
.
E' cos che nel quinto secolo avanti Cristo gli Ateniesi inaugurano
una pratica destinata ad avere molti emuli e seguaci, fino a
Goebbels(35) e oltre.
E anche se a Gorgia fu innalzata a Delfi una statua d'oro ("non
dorata, d'oro" nota con enfasi e meraviglia Cicerone(36)), la sorte
delle sue opere non  stata migliore di quella degli scritti di
Protagora.
Il rifiuto nei confronti della sofistica, infatti, non  legato a
situazioni politiche contingenti, che pure influirono sulla sorte
personale dei sofisti, ma a quel loro mettere in discussione la
nozione stessa di Verit, atteggiamento intollerabile per qualsiasi
"partito" politico che detenga il potere.
Il "democratico" Protagora, collaboratore - come e forse pi di
Anassagora - di Pericle, fu cacciato da Atene. Prodico sub in
Atene la stessa sorte di Socrate, venendo condannato a morte con
l'accusa di corruzione di giovani. Crizia, aristocratico convinto,
esponente di rilievo del governo dei Trenta Tiranni seguito alla
Guerra del Peloponneso, fu ucciso da Trasibulo durante la
restaurazione della democrazia in Atene. Infine la democrazia
restaurata condann a morte Socrate, che fra gli Ateniesi veniva
spesso confuso con i sofisti.

Le condanne dei filosofi e i roghi dei libri - inutili e stupidi
gesti di arroganza e intolleranza da parte di chi detiene il potere
- provano che la filosofia non solo ha cercato di conoscere il
mondo e di interpretarlo, ma anche di trasformarlo.

